Racconto:  Decisione difficile

Questo racconto partecipa alla challenge Raynor’s Hall.

Questo racconto è un proseguo del Racconto: Diario Della Rosa che consiglio di leggere prima di iniziare questo… per chi avesse problemi con il link lo riporto in fondo a questo articolo, dopo il

Racconto:  Decisione difficile

di Sara Tricoli

Dopo giorni trascorsi ad allontanarsi il più possibile dalla Grande Città, Juta è ora finalmente tranquilla in una tenda di un campo nomade, ospite di una tribù che conosce Jacob. È sola, ha appena finito di fare un bel bagno caldo, preparato in una tinozza di legno e ora indossa un abito pulito ed è sdraiata su di una coperta che funge da futon. Sta Ripensando agli avvenimenti dei giorni precedenti, un susseguirsi di camminate e nascondigli: a casa di conoscenti di Jacob o nella foresta, sugli alberi o dentro caverne. Da quando ha scavalcato la finestra del suo alloggio, mano nella mano con Jacob, si sono fermati di quando in quando per riposare, ma per lo più hanno marciato. Lui sapeva sempre quanto era il momento di riposare e quanto il momento di camminare. Sapeva sempre dove trovare un riparo sicuro e del cibo caldo. Aveva conoscenze sparse in ogni villaggio e tribù e si stava prendendo cura di lei come le aveva promesso, ma superando ogni sua aspettativa. A volte la lasciava nascosta da qualche parte, mentre lui andava a procurare del cibo, altre volte la portava con sé, presentandola come la sua compagna.  Sembrava comprendere perfettamente quanto era stanca o affamata, anche se lei non si lagnava mai e lo seguiva ubbidiente; provvedeva i suoi bisogni in maniera sorprendente, forse le leggeva in viso ogni necessità, chissà. Juta sospirò, non voleva certo porsi domande inutili, Jacob era speciale, lo aveva capito subito.

A poco a poco i suoi pensieri cambiarono direzione… si era accorta di una cosa strana: ogni passo che facevo allontanandosi dalla Grande Città le sembrava che il Tomo che si trascinava dietro per non essere rintracciata, pesasse sempre più, come se volesse arrestare la sua fuga. Lei aveva ignorato questa cosa e non l’aveva nemmeno confidata a Jacob che però qualcosa doveva avere intuito… erano già due giorni che le chiedeva se voleva che che fosse lui a portare la tracolla con il Tomo, ma lei aveva sempre rifiutato. Anche se era stata veramente tentata la sera prima, quanto avevano dovuto scalare un pendio molto ripido per raggiungere un altopiano sicuro dove passare la notte; aveva sentito quel “maledetto coso” trascinarla quasi di sotto, nello strapiombo.

Strinse le labbra e senza alzarsi voltò il viso all’indietro per guardare la sacca abbandonata in un angolo, dove era custodito il Diario della Rosa. Quel giorno, durante l’ultimo tratto, quando Jacob prendendola per mano le aveva sussurrato che era quasi finita, che erano quasi arrivati, avrebbe giurato di aver sentito il Tomo scaldarsi e quasi bruciarle il fianco dove era appoggiato. Era stato solo un attimo, ma lei lo aveva sentito. Anche in quell’occasione non aveva detto nulla, era spaventata, e sperava di esserselo immaginata.

Sentì entrare Jacob nella tenda, si voltò verso l’apertura e lo vide sorriderle e avanzare verso di lei, aveva in una mano un piatto e nell’altra una brocca. «Come stai?» Le chiese gentile.

«Bene,» disse spiccia tirandosi su a sedere.

Lui le appoggiò davanti il cibo fumante. «Ecco qua, mangia e riposati. Credo che staremo qui un paio di giorni, così da rimetterci un po’ in forze. » Le disse sorridendo, poi proseguì rabbuiandosi un po’: «Come ti dicevo, in questa tribù sono molto diffidenti e hanno delle regole assurde per le loro donne, quindi non ti sarà permesso uscire dalla tenda da sola.» La guardò intensamente, era palese quanto gli pesasse doverle chiedere quel sacrificio.

Juta che si sentiva molto confusa e decisamente troppo stanca per lottare contro stupide e antiquate regole, pensò solo a tranquillizzare Jacob e sorridendogli gli confermò: «Non preoccuparti, vorrà dire che mi riposerò di più e magari metterò su un paio di chili che mi serviranno per affrontare l’ultimo tratto di strada.»

Lui tornò a sorriderle, «Ora devo andare, sono obbligato a cenare con il capo villaggio, altrimenti si offende! » Disse alzando gli occhi al cielo.

«Per fortuna non hai deciso di unirti a questa tribù, non avrei potuto sopportare tutto questo maschilismo. » Gli sussurrò prima di scoppiare a ridere, per sdrammatizzare.

Lui però rimase serio e se possibile lo divenne ancora di più: «Nessuno si deve più permettere di imprigionarti. Se sapessi quando mi pesa doverti confinare qui dentro, doverti dire cosa fare e come comportanti… Tu devi essere libera! »

Juta rimase a bocca aperta, in questi ultimi giorni aveva visto tante volte quell’espressione determinata, la prima fra tutte quando gli aveva afferrato la mano in quella stanza nel palazzo della Grande Città, ma mai con quella rabbia negli occhi.

Gli appoggiò una mano sul braccio, come a tranquillizzarlo e gli sussurrò: «Io sto bene, se vuoi partiamo anche domani.»

Lui scosse la testa: «No, dobbiamo attraversare il deserto ed è in arrivo una tempesta di sabbia, siamo obbligati a stare qui!» Disse serrando la mascella. «E fare buon viso a cattivo gioco. »

«Allora vorrà dire che sopporteremo,» le sorrise gentile. «Non preoccuparti, non è poi così grave. Ora vai a cenare e poi torna da me, » disse un pochino maliziosa, mordendosi il labbro inferiore.

Lui sollevò un sopracciglio facendo un mezzo sorriso, ma non disse nulla, si limitò a baciarla con passione prima di uscire dalla tenda.

Non erano più stati insieme come nella conca ai piedi della cascata. Tra loro c’era stata molta tenerezza, qualche bacio appassionato, ma Jacob, le aveva fatto intendere di non voler fare altro. Eppure ogni volta che avevano dormivano, che fosse notte – se avevano viaggiato di giorno – o che fosse giorno – se dovevano camminare di notte – , lo facevano abbracciati. Lui la circonda sempre con le sue forti braccia e lei che era uno “scricciolo” ci stava comoda, comoda in quell’abbraccio.

Juta non si crucciava di questo, sapeva che Jacob era una persona eccezionale, lo aveva intuito dal primo momento che l’aveva visto e quindi immaginava ci fosse un perché in quella scelta. Forse, però, quella sera sarebbe stata diversa.

Juta arrossì pensando alla sua audacia e non capendo da dove fosse arrivata, visto che prima di Jacob non aveva mai fatto nulla del genere, né tantomeno guardato altri ragazzi con certe intenzioni!

Finito di mangiare, si alzò per fare due passi all’interno della tenda, aveva bisogno di sgranchirsi le gambe, ma non voleva certo dare problemi, avrebbe rispettato le regole, per Jacob e per nessun altro. Camminava in tondo, non c’era molto spazio, la tenda era alta ma piccola, forse un tre metri per tre, più o meno. Fece qualche giro e poi iniziò ad annoiarsi e si ritrovò a pensare nuovamente a quel Tomo appoggiato in un angolo; non lo aveva più aperto dalla sera della fuga. Immaginava che contenesse i soliti messaggi che lei ritenta inutili e cattivi. Però, adesso, stranamente, le nasceva un forte desiderio e giro dopo giro, divenne quasi un’idea fissa: voleva provare ad aprirlo e leggerlo!

… … …

Jacob rientrò dopo circa un paio d’ore e rimase impietrito nel vedere Juta seduta a gambe incrociate con il Tomo aperto sulle gambe e il viso inondata di lacrime. Lei si voltò a guardarlo con quei suoi occhi azzurri che gli avevano mozzato il fiato da quanto li aveva veduti la prima volta, in netto contrasto con la sua pelle abbronzata e i capelli di un nero corvino; l’aveva da subito trovata semplicemente meravigliosa.

Il ragazzo era inquieto, aveva fatto di tutto per proteggerla e non riusciva proprio a capire cosa fosse successo. «Cos’è accaduto?» gli chiese, cercando di dominarsi. Le si avvicinò lentamente e le si mise seduto accanto, pronto a intervenire, qualunque fosse il motivo di quel turbamento.

Juta lo guardava cercando di calmarsi, oltre al turbamento che provava, era anche molto triste, Jacob aveva fatto così tanto per lei e ora… «Perdonami, » gli disse in un bisbiglio controllando il pianto e comprendendo lo smarrimento di lui, lo leggeva nei suoi occhi. Appena la voce lo permise, aggiunse: « Perdonami, ma dobbiamo tornare indietro! »

Jacob rimase attonito e lei iniziò a raccontargli ciò che il Diario della Rosa le aveva mostrato… Gli narrò di una storia incredibile; gli narrò di una ragazza coraggiosa che voleva cambiare il mondo, il loro mondo e dell’amore della sua vita che doveva essere salvato… Gli narrò di Layla e Brayan…

°°° °°° °°°

fine (per ora) Vuoi sapere chi sono Layla e Brayan, devi leggere un altro mio racconto:

Il mondo dei Timbrati segui il link oppure, scorri, lo trovi più sotto

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Racconto: Diario Della Rosa

di Sara Tricoli

Juta stava accarezzando con la mano la grande rosa intagliata che sembrava un tutt’uno con la copertina del grande diario. Sapeva che d’ora in poi lei sola ne era responsabile, doveva custodirlo. Racchiudeva i più grandi segreti della sua gente… ed era molto importante.  Ma poi quella, era veramente la sua gente?

Lei era cresciuta libera tra le montagne. Viveva in una piccola comunità di raccoglitori /coltivatori, lontani dalla Grande Città, che si fondevano con la natura. Dormivano in case fatte di legno e fango, si cibavano di frutta e radici e vestivano con tessuti naturali: cotone, canapa, lino.

Era una piccola comunità ma felice, che intrecciava rapporti con altre piccole comunità confinanti scambiandosi aiuti e materiali utili.

Sospiró pensando a Jacob, il ragazzo conosciuto pochi mesi prima, quando era stata mandata, con alcuni suoi fratelli (come si chiamavano all’interno della comunità),  oltre la montagna a consegnare del cotone in cambio di attrezzi per la coltivazione.

Era stata ospitata dalla sua famiglia per una settimana e lui l’aveva accompagnata a visitare il loro territorio. C’erano dei campi sterminati, verso la montagna la foresta aveva una moltitudine di piante che lei non conosceva, crescevano solo su quel versante. Era affascinata da tutte le spiegazioni che lui le aveva dato e da quante cose conosceva. Jacob aveva solo qualche anno più di lei, ma era un viaggiatore. Adorava partire per esplorare luoghi lontani e si capiva da come si muoveva,  che sapeva gestire svariate situazioni, era sicuro e determinato.

Tra le varie visite l’aveva portata in una piccola radura con una stupenda cascata, situata nel fitto della foresta, era semplicemente spettacolare. Lui aveva  asserito fosse conosciuta da pochi e l’aveva esortata a fare il bagno nella piccola conca che si formava proprio ai piedi della cascata. Arrossì pensando a cosa era accaduto in quella conca d’acqua cristallina…

Jacop era bellissimo e affascinante e le aveva chiesto di tornare, una volta che avesse completato la missione della sua comunità, avrebbe voluto che lei tornasse per restare per sempre con lui.

Però tornata a casa l’attendeva la notizia che lei era la prescelta, colei che doveva preservare il Diario Della Rosa. Fu prelevata e condotta a palazzo senza la possibilità di replica, i Divini avevano indicato lei e non poteva rifiutarsi.

Ormai erano già più di tre mesi che veniva istruita sui rituali di corte nella grande città, doveva compiere il suo dovere, era nata per quello… così gli era stato spiegato. Però lei non si sentiva per nulla serena. Quel diario conteneva informazioni su tutto e soprattutto su tutti e il più delle volte decretava la vita e la morte… Lei non era per nulla d’accordo!

Quella sera stava passando il dito pigramente sul contorno della rosa e questa si illuminò, come faceva sempre sotto il suo tocco e il diario si aprì. Comparvero delle parole e lei era tenuta a leggerle per riferirle ai Divini. Solo la prescelta poteva aprire il diario e leggerne il contenuto, solo lei possedeva la magia per la connessione.

Strabuzzò gli occhi, leggendo l’ennesima condanna a morte per un cittadino che aveva osato parlar male dei Divini e delle loro leggi. Juta non ne poteva più, non avrebbe riferito quest’altro messaggio di morte, quell’oggetto era solo un gran pettegolo. Chiuse il diario di scatto e lo gettò lontano… era un cattivo diario e lei non ne voleva sapere più nulla!

Pianse lacrime amare per la sua sorte, voleva tornare al villaggio, voleva tornare fra quelli che erano i suoi fratelli, voleva rivedere Jacob.

Come se i suoi desideri si potessero avverare qualcuno bussò alla sua finestra, lei rimase a dir poco sconcertata nel riconoscere il ragazzo tanto desiderato. Era convinta lui si fosse dimenticata da tempo di lei, invece era lì con il viso preoccupato e quando lei lo fece entrare lui l’abbracciò e la baciò con una passione che non credeva possibile.

«Ora ti porto via» le disse piano e la prese per mano, ma lei lo fermò.

«Non posso andare via, ovunque io vada i Divini mi troveranno. Ho questa strana connessione con il Diario e… » disse indicando l’oggetto che giaceva per terra in un angolo della stanza.

Jacob corrugò la fronte e dopo aver riflettuto un pochino le domandò: «Come funziona la cosa?»

Lei sembrava sorpresa dalla domanda, ma gli rispose comunque: «Se mi allontano lui emette degli impulsi, che i Divini interpretano e li conduce a me e così che mi hanno trovata la prima volta. Morta l’anziana custode il diario ha indicato me… purtroppo!»

Jacob sorrise e poi esclamò con disinvoltura: «Beh, portiamolo con noi!»

Juta rimase estremamente sorpresa dalla semplice logica di lui che le chiese: «Qualcuno sa di me? Della nostra promessa di stare insieme?»

Juta scosse la testa in segno di no e poi aggiunse: «Non sa nessuno di te, nemmeno i miei fratelli. Volevo parlarne prima con i miei genitori, una volta tornata al villaggio per…»

Lui la interruppe e specificò meglio: «Qui intendo!»

Parlavano sommessamente, uno di fronte all’altro, vicinissimi e lui di tanto in tanto le accarezzava la guancia o i capelli come a volersi sincerare che fosse proprio lì con lui.

Lei fece cenno di no e lui le spiegò: «Bene, comunque ho conosciuto i tuoi genitori, perché non vedendoti tornare, sono venuto a cercarti e quando mi hanno raccontato che eri prigioniera qui… ho dichiarato che sarei venuto a prenderti per portarti con me. Ci ho messo un po’ per trovarti e pre escogitare un modo per raggiungerti…» Le disse accarezzandole la guancia che si stava rigando di lacrime, era straziata al pensiero dei suoi genitori e nello stesso tempo non poteva vietarsi di sperare.

«Andranno da loro… arriveranno a me comunque! Il Diario della Rosa è troppo importante per loro, gli garantisce l’ordine. È grazie a lui che possono liberarsi dei possibili nemici e continuare a comandare.» Dichiarò mordendosi il labbro con rabbia.

«Ma noi non torneremo al mio villaggio, né al tuo. Andremo molto più lontano, non preoccuparti, so esattamente dove e staremo benissimo, fidati. Nessuno sa dove saremo e quindi nessuno potrà seguire le nostre tracce. Ho già avvisato i miei e i tuoi parenti, sono dispiaciuti di non poterti più rivedere, ma felici che tu possa essere di nuovo libera. Ora rimane solo una questione: vuoi vivere con me per sempre?» Le chiese lui sicuro della sua risposta affermativa che non tardò ad arrivare sotto forma di bacio.

Presero il Diaro e lo misero in una sacca per poi sparire nella notte mano nella mano.

Ma sarà poi davvero tutto così facile? … … …

continua…

°°° °°° °°°

Racconto: Il mondo dei Timbrati 

di Sara Tricoli

« Cosa hai detto? Sei impazzita? » 

« No, hai capito bene, me lo faranno questa notte.»

« Ti scopriranno, si vedrà che è appena fatto! »

« Per questo ti sto avvisando, perché rimarrò nascosta per una settimana. Hanno trovato un modo per farlo invecchiare così non si vede che è finto. » Layla era proprio su di giri, mentre Brayan era spaventatissimo. 

Bisbigliavano mentre continuavano a lavorare senza fermarsi; non potevano, altrimenti avrebbero attirato i Jailers, i loro carcerieri. In quel tratto di caverna c’erano solo loro due, ma la paura di essere uditi li faceva comunque tremare.

«Ti farai ammazzare!» Sentenziò lui.

« Vedrai, dopo, sarà tutto meraviglioso. Ti prenderò come mio schiavo e potremo finalmente fare una bella vita. » La ragazza gli sorrise e i suoi denti bianchi scintillarono in contrasto alla pelle ricoperta dalla polvere mista tra il rosso e il marrone. I suoi occhi azzurri erano due fari brillanti che turbavano sempre il cuore di Brayan. 

Lui lo sapeva, lo aveva sempre saputo: lei non era destinata a rimanere nella caverna per tutta la vita; era destinata a qualcosa di più grande e forse, questa volta, la sua vita avrebbe effettivamente preso la svolta che doveva.

« Non sarò mai il tuo schiavo! » dichiarò facendole una boccaccia mentre sollevava una grossa pietra rossa per metterla dentro il carrello. 

Erano lì con il compito di estrarre le Rosse, carburante indispensabile per alimentare il meraviglioso mondo dei Timbrati. Per ogni Timbrato c’erano almeno 10 schiavi che lavoravano incessantemente, soddisfacendo ogni loro desiderio e poi c’erano i carcerati che, chiusi dentro le caverne, estraevano le Rosse.

« Che scemo, lo sai che sarà solo per finta. Non potrei mai darti ordini e maltrattarti, ti amo troppo e soprattutto ti rispetto. » Layla si era fermata per guardarlo intensamente e per sottolineare la sua dichiarazione. 

Lui per un attimo perse il controllo e facendo uno scatto in avanti la strinse a sé baciandola con trasporto, poi altrettanto repentinamente la staccò, riprendendo subito a lavorare dicendole in un sussurro: « Tanto lo sai che sono e sarò sempre il tuo schiavo comunque. » Le sorrise e le fece l’occhiolino sollevando un’altra pietra. 

Lavorarono  intensamente per un altro paio di ore, senza dire più nulla. Non c’era altro da dire. Man mano che il livello di pietre saliva, cresceva anche la tensione. 

Quando il carrello fu pieno, Brayan fece un cenno a Layla dicendole: « È ora, vai e goditi la luna. » Mandava sempre lei fuori a portarlo, non era un compito difficile, il carrello sulle rotaie scivolava bene e non richiedeva grande sforzo. Però portarlo fuori voleva dire poter vedere il cielo e respirare aria pulita per quasi 10 minuti; il tempo che gli inservienti impiegavano a svuotarlo. 

Quell’uscita, però, sarebbe durata di più…

Lui non avrebbe mai avuto il coraggio di scappare. Aveva circa 4 anni più di Layla ed era forte e robusto, ma viveva nella caverna da quando era poco più che un bimbetto, si era ormai rassegnato alla sua vita da carcerato. Quando gli era stata affidata lei, un anno prima, per insegnare il mestiere, gli era stato subito chiaro che non si sarebbe mai piegata. Layla aveva una luce negli occhi, un carattere da leader che non si potevano spegnere. Era sicuro che un giorno o l’altro quella ragazza avrebbe trovato il modo di liberarsi. 

Lui sapeva che ci sarebbe riuscita, ma aveva tanta paura le capitasse qualcosa.

Layla gli passò accanto prendendo il suo posto dietro al carrello, intanto bisbigliò: « Ci vediamo tra una settimana.»

« No! » le disse lui allarmato afferrandola per un braccio per dare più enfasi alle sue parole. La lasciò subito, non era permesso il contatto fisico, ogni volta era un rischio. Fece un respiro e con tono categorico le disse: «Sarebbe sospetto, ti riconoscerebbero. I tuoi occhi non passano inosservati. Non venire qui, non farti più vedere qui. Fai passare più tempo e poi manda un tuo schiavo a cercare un uomo grande e robusto per la tua difesa personale. Un uomo che sia abituato al buio, abituato a lavorare di notte e di giorno. Cerca di descrivermi senza indicarmi. Se il destino è dalla nostra parte, sceglieranno me. Altrimenti, vivi libera anche per me. Pensa a sopravvivere e dimenticami! »

Lei fece un sorriso amaro, sapeva fin troppo bene che aveva ragione. Annuì salutandolo con lo sguardo. Sentì il cuore straziarsi, ma non era il momento di lasciarsi andare.

Iniziò a camminare mentre con la mente ripassava il piano: portare fuori il carrello, chiedere al ragazzo – che si era tanto “lavorata” con tutta la civetteria che era riuscita a inventarsi – di potersi pulire il viso nel laghetto vicino all’ingresso. Lui l’avrebbe seguita, sperando in qualcosa e lei lo avrebbe stordito. Sarebbe scappata. Avrebbe scalato la collina a ovest nascosta dalla boscaglia, la stessa collina che era stata la sua casa, e lì avrebbe incontrato chi avrebbe cambiato per sempre la sua vita. Un timbro, un semplice timbro sul braccio e tutto sarebbe mutato. L’avrebbero nascosta, lavata e nutrita per una settimana e poi lasciata davanti alle mure di una città lontana con qualche graffio. Lei avrebbe finto di essere stata rapita, di essere riuscita a scappare, ma di aver perduto la memoria. 

Il timbro l’avrebbe salvata!

Sarebbe stata accolta, accudita. Gli avrebbero assegnato un alloggio e degli schiavi. Sarebbe stata inserita nel mondo dei Timbrati e nessuno avrebbe sospettato nulla. Era già parecchio tempo che accadevano rapimenti di quel genere.

In cambio di questa salvezza avrebbe dovuto aiutare la “resistenza” a salvare altri. Lo avrebbe fatto comunque, anche se non avesse dovuto sdebitarsi. 

Layla era convinta che prima o poi un gruppo di infiltrati avrebbe costituito un esercito e preso il comando, impadronendosi del potere e cancellando i soprusi dei Timbrati. 

Tutti avrebbero dovuto lavorare, dignitosamente, fare la loro parte e tutti avrebbe avuto diritto di vivere in libertà.

Layla spingeva il carrello fino all’apertura e vedeva, vedeva già un futuro migliore… ci sarebbero volute forse due generazioni, ma lei lo vedeva… sarebbe accaduto!

continua…

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