Racconto: “L’amore non esiste…” di Sara Tricoli – Parte seconda

Questo racconto partecipa al gioco del Il Club di Aven. 

Ho scelto un tema e ho passato la mattinata a inventare qualcosa a riguardo, poi la mia collega ha scritto il suo tema: Anima e ho avuto in mente solo questa parte di un mio scritto… è lungo e forse non adatto, ma niente… voglio condividerlo ^_^

È il proseguo di un racconto che ho già scritto e che sta prendendo sempre più forma e si sta allungando… è una parte che può essere letta da sola o se uno è curioso di sapere il dilemma di Sonia, basta che clicchi qui… Parte prima

Racconto: “L’amore non esiste…” di Sara Tricoli – Parte seconda

«Sai non ci posso credere, non posso credere che l’amore non esista… Io ho sempre creduto nell’amore e voglio continuare a crederci. Non sceglierò, non posso scegliere. Non posso condannare due persone meravigliose a un amore a metà. Io sarei sempre divisa a metà. Loro avrebbero sempre comunque il dubbio che io pensi all’altro. Meritano una donna che li sappia amare pienamente e incondizionatamente. » Disse finalmente risoluta Sonia, sembrava si fosse destata dopo mesi.

«Quindi li lasci entrambi? » Chiese il ragazzo allibito.

«Sì, non c’è altra soluzione. Li lascio liberi di trovare il loro vero amore. » Finalmente l’angoscia che aveva accompagnato Sonia negli ulti tempi si dissolse. Era la decisione giusta.

«Così soffrirai anche tu, te ne rendi conto? » Gli fece notare l’ovvio.

«Non mi importa. » Sorrise raggiante, mentre delle lacrime silenziose e calde le solcavano il viso. «Non ha nessuna importanza. Loro devono essere felici e con me non lo saranno mai. »

«Questa è la prova d’amore più fantastica che io abbia mai sentito… » proclamò il giovane alzando il bicchieri di bibita che aveva davanti per omaggiate con un brindisi la sua nuova, straordinaria amica.

Sonia sorrise debolmente, e sussurrò: «Mi è venuta fame, mangiamo qualcosa?» 

Il ragazzo acconsentì e ordinarono altre due bibite e due panini. 

In attesa dell’ordinazione lei, che si sentiva inspiegabilmente più serena si ricordò di un qualcosa e disse: «Non ci siamo nemmeno presentati. Ti ho travolto con i miei problemi e tu sei stato tanto caro… comunque io sono Sonia, piacere. » E gli sorrise.

«Simon.» Dichiarò lui con un’alzata di spalle e poi aggiunse, come faceva sempre: «Come Simon Le Bon quello dei Duran Duran, » e alzando gli occhi al cielo esclamò sconsolato: «Mia mamma era innamorata persa di lui da ragazzina! » 

Sonia non disse nulla, si limitò a sorridergli con fare comprensivo.

Rimasero un pochino in silenzio, ma senza imbarazzo, anche perché arrivò subito l’ordinazione e iniziarono a mangiare. 

Sonia decise che aveva parlato anche troppo di se stessa e domandò con naturalezza: «Cosa vuol dire che sono un po’ troppo femmina per te? Sei gay? »

Il ragazzo per poco non si strozzò con il boccone che cercava di deglutire. Dopo parecchi colpi di tosse e due sorsi di bibita riuscì a dire: «Ma che ti salta in mente così di colpo!»

Lei lo guardò sbalordita: «Cosa ho detto di male, sei stato tu a dire che… » poi ricordò la sua incertezza e con dolcezza allungò una mano per afferrargli la sua dicendogli: «Scusa forse sei ancora un po’ confuso in merito, non hai ben capito… » Poi con un sorriso gentile spostandosi i suoi fini capelli dietro le orecchie gli disse con un tono comprensivo: «Parlamene!»

Simon si guardò intorno imbarazzato, rosso in viso appoggiò il suo panino sul piatto davanti a sé e sbatté le mani una contro l’altra per pulirsi dai residui di pane e farina. 

Sonia intanto aveva fatto un altro morso al panino, aspettando pazientemente che lui iniziasse a parlare.

Sfregandosi le mani sui jeans con fare impaziente lui iniziò, ma con tono basso, confidenziale: «Io non ho mai messo in discussione che mi piacessero le ragazze. Ne ho avute anche, nulla di serio, ma comunque ho fatto le mie esperienze. Poi all’inizio di quest’anno al mio corso di Architettura ho conosciuto un ragazzo, un amico. » Si affrettò a precisare.

Lei fece un gesto affermativo con la testa come a voler invitarlo a continuare, per poi fare un altro morso al suo panino che stava masticando con molta calma.

Simon bevve un lungo sorso e poi proseguì: «Anche se entrambi frequentiamo l’università già da due anni non ci eravamo mai incontrati… ognuno perso nella propria vita. Però quest’anno durante una delle prime lezioni siamo finiti seduti vicini e sai com’è, una battuta tira l’altra, ci siamo messi a parlare. » Alzò le spalle quasi a voler minimizzare. «Ci siamo trovati subito in sintonia e abbiamo deciso di vederci per una birra quella sera stessa. »

Si avvicinò ancor di più a lei sporgendosi sul tavolo, spostò il piatto con il panino per far posto alle sue braccia che incrociò sporgendosi ancora più avanti, come se dovesse farle una grande confidenza: «Non so se ti è mai capitato di incontrare qualcuno con il quale ti senti subito in sintonia e… inspiegabilmente, in confidenza.»

Lei che stava per dare un altro morso al panino rimase a bocca aperta. Poi spostò una mano dal cibo e rivolgendola con il palmo verso l’altro la fece ondeggiare indicando prima lei e lui, più volte, come a voler evidenziare il fatto che era appena capitato a loro due: perfetti estranei in sintonia che si stavano confidando.

Lui al momento non afferrò il senso, ma poco dopo si lasciò cadere indietro sullo schienale e grattandosi la fronte in quel suo modo un po’ buffo, con il dito spostando il berretto, sorrise esclamando un semplice: «Già!»

Simon era visibilmente sconvolto e Sonia decise di incoraggiarlo: «Dai tranquillo, si vede che tu devi essere proprio una persona speciale se ispiri tanta fiducia nel prossimo. » Gli sorrise e subito dopo gli chiese: «Allora siete usciti?»

«Sì per un bel po’… ci siamo visti quasi tutte le sere, a parte alcune passate dai miei genitori. A proposito io non sono di qui, ma ho affittato una camera per frequentare l’università.»

Lei non gli chiese nulla su questo argomento per non sviare il discorso da ciò che voleva sapere, ma soprattutto da ciò che Simon aveva bisogno di confidare. 

«Insomma,» proseguì lui, «Non ci ho visto nulla di male, si usciva come amici: chiacchieravamo di tante cose, andavamo al cinema, al bowling, tutto fino a due settimane fa…»

Lui voltò leggermente il viso verso destra, decisamente imbarazzato.

Sonia posò quel che era rimasto del panino, bevve un sorso di bibita e pulendosi le labbra con il tovagliolo gli chiese: «Lui ci ha provato?»

Simon si girò di scatto con gli occhi sgranati, scioccato. 

Lei allora rincalzò la dose: «Ti ha baciato?»

Lui fece una smorfia e disse tutto rosso in viso: «No, ma stai scherzando, non sia mai… ma per chi mi hai preso.»

Ora era la ragazza a essere sbalordita. «Allora cosa è successo due settimane fa?»

Lui si riavvicinò come aveva fatto poco prima e lei lo imitò. Entrambi a braccia incrociate, uno di fronte all’altro, protesi in avanti erano vicinissimi.

«Siamo andati in piscina, una di quelle coperte, riscaldate, che sembra sia estate l’ha dentro, con trampolini e qualche scivolo. Non ricordo dov’è, mi ha portato lui con la sua macchina, non prestavo attenzione. Non amo molto le piscine, ma lui era un po’ che voleva andare e quindi mi sembrava giusto accontentarlo!» Esclamò lui.

Sonia per poco non scoppiò a ridere, ma rendendosi conto che non sarebbe assolutamente stato il caso si controllò. Si era immaginata chissà che cosa e il semplice andare in piscina non le sembrava poi così traumatico. Lui però continuava ad avere quello sguardo stralunato, tipico di chi ha ricevuto uno shock.

La ragazza con fare materno appoggiò una mano sul braccio di lui e gli chiese dolcemente: «Cosa è successo in piscina?»

La testa di lui sembrò improvvisamente pensante, perché la lasciò cadere in giù. Dopo forse un minuto si ricompose e raccontò tutto di un fiato fissando la sua nuova cara amica: «Sembrava un’uscita come tante altre. Io con il mio costume shorts enorme, mi vedi come sono,» si indicò. « Praticamente uno stecchino, “alto alto e secco secco”, così mi definiscono tutti. Ogni cosa che indosso mi va grande… Lui invece…» deglutì ricordandolo: «Praticamente un fisico da atleta. Era in piedi di fianco al suo lettino, che poi era accanto al mio, e lo vedo che si toglie l’accappatoio. Muscoli d’ovunque e un costume da piscina che fungeva praticamente da seconda pelle. Mi dice che va a fare una nuotata e mi chiede se voglio andare con lui. Io imbarazzatissimo gli dico: “magari dopo”. Lui va verso la vasca, ma mica si cala dalla scaletta, no. Va verso il trampolino e fa un tuffo… spettacolare. Uscendo dalla vasca si gira verso di me e mi sorride.» Fece un verso come a trattenere il fiato. «Avresti dovuto vederlo: bello da togliere il fiato!»

Gli occhi di Simon erano sempre più sgranati e vitrei, come se stesse effettivamente confessando un crimine. «Poi risale la scaletta del trampolino, fa un altro tuffo fenomenale e mentre è sott’acqua… io scappo.»

«Tu cosa?» Gli chiede incredula.

«Fuggo,» dice tirandosi su dritto sulla sedia, si toglie il berretto ed è tutto paonazzo. 

«Ma dove e perché?» Gli chiede ancora per sapere di più, per capire.

«Come facevo a rimanere lì…» questa volta si sporge fino a raggiungere il suo orecchio per sussurrare piano: «Ero eccitato!»

Poi torna ad appoggiarsi allo schienale della sedia e a perdere lo sguardo lontano per non incrociare quello di lei e riacquistare un po’ di controllo.

Sonia era veramente senza parole. Come poteva essere che un etero si eccitasse guardando il fisico di un altro uomo? Forse lui era attratto dagli uomini, ma fino a quando non aveva incontrato qualcuno di speciale non si era accorto. E poi forse non era solo attratto dal fisico, forse la strana sintonia immediata, il trovarsi bene con lui… tutte cose che ti fanno scegliere una persona invece che un’altra. Una sinfonia di anime: l’anima gemella insomma.

Sospirò ripensando per un attimo alla sua situazione… possibile che cupido colpisse così alla cieca? Che facesse un gran caos?

Sorrise tra sé, non aveva mai creduto a queste sciocchezze. 

Poi scacciò questi pensieri, avrebbe avuto tempo per tormentarsi sulla sua situazione, adesso voleva essere di qualche aiuto a Simon.

«Vabbè penso che non sia poi così grave. Ti piace, forse non proprio o non solo come amico.»

Lui tornò a fissarla: «Ma dai, io non ho mai pensato a lui in questi termini in tutti questi mesi. Ora non capisco cosa mi sia successo!» Si morse il labbro.

«Stai tranquillo,» le disse lei accarezzandogli la mano.

Lui questa volta abbassò lo sguardo su quella manina delicata che lo voleva confortare e la strinse fra le sue sussurrando un debole: «Grazie.»

Dopo qualche minuto di raccoglimento, si lasciano le mani e finirono di mangiare in silenzio, poi ordinarono il caffè e mentre lei girava il cucchiaino per sciogliere lo zucchero, gli chiese con disinvoltura: «Dopo che sei fuggito, lui non ti ha più cercato?»

Simon rise: «Non sono mica scappato via dalla piscina… Tra l’altro ti ho già detto che non sapevo nemmeno dov’ero e che eravamo andati con la sua auto. » 

Lei in tutta risposta gli fece una linguaccia e gli ordinò: «Allora finisci di raccontare!»

Lui sorrise, bevve il caffè e con un pochino più di serenità raccontò: «Sono andato a farmi un giro. Lì vicino c’era una vasca jacuzzi, mi sono rifugiato lì. Tra le bolle ho potuto rilassarmi e nascondere… “l’imbarazzoso accrescimento”, fino al suo naturale… insomma hai capito. » Disse con un irresistibile mezzo sorriso che lei trovò tanto tenero. 

Sonia fece cenno di sì e poi sorseggiando il caffè attese che lui proseguisse.

«Dopo che mi sono “calmato” sono tornato e lui era seduto sul lettino che guardava il cellulare, mi ha chiesto dove ero finito guardandomi dritto negli occhi, ma io non sono riuscito a sostenuto lo sguardo e con una scrollata di spalle o eclissato dicendo che ero andato in caccia di figa e mi sono seduto sul lettino, mettendomi anch’io a guardare il cellulare. »

«E lui?» chiese curiosa.

«Ha distolto lo sguardo e ha ripreso a guardare il cellulare,» sollevò le spalle.

«Come se niente fosse?»

«Già»

«Quindi lui non è interessato a te in quel modo?…» Chiese lei riducendo gli occhi a due fessurine in un atteggiamento che Simon trovò delizioso. 

«No,» rispose subito lui, però poi aggiunse: «Anche se…» Si grattò nuovamente la fronte.

«Anche se?» la ragazza si sporse in avanti con fare cospiratorio.

«Avrei giurato che un attimo prima che abbassasse gli occhi, si fosse rattristato.» 

«Quindi gli interessi?» Chiese allegra, chissà poi perché.

«Non so,» sospirò girando gli occhi all’insù: «Non ci capisco più nulla.» Simon senza nessun incoraggiamento riprese il racconto: «Abbiamo trascorso le restanti ore più il tragitto in macchina come se nulla fosse cambiato, eppure… era cambiato tutto! » Si portò il dito indice sulle labbra e le tamburello riflettendo. 

«Certo, sarai stato imbarazzato,» affermò lei. 

Lui fece cenno di no, ma in realtà rispose: «Sì, un pochino, ma stranamente anche lui mi è sembrato cambiato…» continuava a riflettere e poi avvicinandosi nuovamente a lei, quasi naso contro naso le disse: «Sai Sonia, è strano. Dopo quella volta io ero confuso e ogni invito da parte sua lo rifiutavo dicendo che avevo da fare.  Però qualche giorno dopo quando ci siamo incontrati per caso all’università, lui e come se mi volesse affrontato. Con tono serio mi ha chiesto come mai non uscivamo più, se per caso era successo qualcosa o lui avesse fatto qualcosa. Io gli ho risposto d’impulso, non so nemmeno come mi è venuto in mente. Beh gli ho detto che avevo per le mani una ragazza e che per un po’ ci saremmo visti poco. »

«Lui ha compreso o si è arrabbiato?» Chiese lei in un bisbiglio. 

«Sai che è strano, ma ora che ne parlo con te. Ora che metto tutto in ordine nella mente, mi rendo conto di aver rivisto nei suoi occhi la stessa tristezza della piscina. Come se qualcosa si fosse spento. » Si lasciò nuovamente andare all’indietro sullo schienale della sedia, come esausto. «Non era né arrabbiato, né offeso, ma semplicemente triste. Una tristezza mista a delusione… non saprei descrivertela diversamente.»

«Forse ha solo capito di aver perso un amico con il quale si trovava bene. Tutto qui! » Disse tornando anche lei seduta composta. 

Rimasero così per qualche minuto, poi come se una grande verità avesse folgorato improvvisamente Simon, le disse: «Lui non ha mai scherzato sulle ragazze o fatto battute sceme o addirittura volgare su nessuna. Non abbiamo mai parlato di ragazze, di andare a caccia di ragazze o delle ragazze che avevamo avuto o che ci piacevano… Nulla di tutto questo. Nulla dei soliti dozzinali argomenti che ho sempre fatto con gli altri ragazzi.» Fece una smorfia disgustato, forse di se stesso per non aver capito prima. «Credo che sia per questo che mi piaceva tanto stare con lui: nessuna pressione, nessun discorso o apprezzamento di pessimo gusto. Nessuna serata finita con lui che vomita per aver bevuto troppo o che impreca contro gli altri o attacca briga… Nulla di tutto quello che ho sempre odiato! Con lui era tutto molto tranquillo e sereno, parlavamo di tante cose e ci facevamo delle belle risate… io mi trovato davvero bene.» Si passò una mano tra i capelli sconcertato dalla sua stessa constatazione.

«Allora forse gli piacevi veramente e quindi se lui aveva qualche interesse, lo hai stroncato. Forse aveva capito male, si era illuso, poverino. Credeva di aver trovato qualcuno come lui, ecco perché era triste…» concluse Sonia.

«Ma io non sono gay, non lo sono mai stato!» disse in un sussurro quasi più a se stesso che alla sua nuova amica.

La ragazza sorrise e gli disse con il suo stesso tono: «Forse non sei gay, ma credo che tu ti sia innamorato di un ragazzo. Forse non hai mai incontrato nessuno che ti facesse capire!»

Lui la guardava e non la vedeva, perso nei suoi ragionamenti, ubriaco delle loro parole.

«Come si chiama?» Chiese la ragazza che si accorse solo in quel momento di non saperlo.

«Massimo, » chiamò lui guardando in direzione della porta di ingresso.

Lei si voltò e lo vide. Il ragazzo era davvero molto bello: bruno, con profondi occhi neri, una carnagione bianchissima, un viso squadrato, ma perfettamente simmetrico e un sorriso bellissimo, un sorriso forse forzato, ma sincero e genuino. Sonia si ritrovò a immaginarlo in costume da bagno e poiché indossa un pullover piuttosto aderente non era poi così difficile. Simon aveva ragione, era parecchio muscoloso, non tanto alto, ma proporzionato e comunque slanciato. 

Si accorse di lei e per un attimo impercettibile anche Sonia vide quella starna espressione di cui gli aveva parlato l’amico: un misto di delusione e di tristezza al contempo. 

Gli si velarono gli occhi e il sorrise perse di entusiasmo, ma fu un attimo perché lui lesto abbassò il viso per sistemarsi l’impermeabile sgocciolante girato al contrario sul braccio. Anche i suoi folti capelli erano bagnati, probabilmente aveva camminato sotto la pioggia. 

Rialzò il viso guardando verso di loro e quello strano sguardo era sparito, ora c’era solo serenità e cordialità. Fece no con la testa mentre sorrideva ancora, Simon doveva avergli fatto cenno di raggiungerli. 

Allora Sonia lo chiamò anche lei con un cenno della mano, indicandogli la sedia vuota alla sua destra.

Si leggeva sul viso di Massimo l’indecisione, ma poi li raggiunse.

«Ciao, che coincidenza incontrarvi, » disse gioviale. Anche la sua voce era meravigliosa: vellutata e calda.

Sonia si ritrovò a pensare che il suo amico doveva essere proprio pazzo a lasciarsi sfuggire un bocconcino come quello, ma poi si stupì lei stessa della sua osservazione. Si rese conto che stava considerando Simon come se fosse un gay dichiarato e non un ragazzo confuso. Pensava a lui come se fosse una delle sue amiche, quando invece era un maschio e poteva solo immaginare in quale tormento si trovasse. 

Massimo si sedette sulla sedia e appoggiò l’impermeabile su un bracciolo per poi appoggiare entrambi i gomiti e prendendosi le mani intrecciandole. «Rimango solo un attimo, non vorrei disturbare,» disse gentile.

«Figurati, gli amici di “Simo” sono amici miei. » Farfugliò civettuola come non era mai, ma doveva ammetterlo: era proprio su di giri. 

Lui sorrise e girandosi verso Simon gli chiese come mai era finito in quel bar così lontano sia dall’università che dalla sua stanza. 

Sonia si ritrovò a osservarlo intensamente: non sembrava proprio gay, forse Simon si era fatto dei “film” assurdi su di loro. Forse lui era solo un pochino possessivo e quindi geloso che l’amico potesse avere una ragazza che gli assorbiva il tempo e lo teneva lontano. 

La posa che assumeva, le parole che diceva… lei aveva avuto tempo fa un compagno di classe gay, ma Massimo non glielo ricordava minimamente. 

La ragazza fu richiamata alla realtà da una frase di Simon che rispondeva al suo posto: «Sonia, si chiama Sonia.»

«Piacere io sono Massimo,» stese la mano per salutarla. 

Sonia la strinse e sorrise un pochino imbarazzata.

«Il mio amico ha buon gusto, sei proprio una bella ragazza, complimenti. Sei una studentessa anche tu?» Le chiese gentile.

«No, lavoro presso una galleria d’arte e… di quando in quando, espongo anche i miei quadri.» Disse arrossendo, ripensando alla sua situazione sentimentale. Si sentì un po’ ridicola a spacciarsi per la ragazza di un perfetto sconosciuto, uno studente più giovane di lei, avendo ancora in sospeso la storia con due uomini maturi.

«Un’artista quindi. Complimenti di nuovo.» Le sorrise e lei si sentì mortificata. Non era bello mentirgli; perché al di là delle apparenze, al di là delle congetture, lei stava percependo il sincero coinvolgimento che Massimo aveva per Simon. 

Era palpabile, inequivocabile! 

Più parlava e più si capiva. Non era nulla di preciso, ma era qualcosa.

Si ritrovò a pensare che se al posto del bellissimo ragazzo biondo, con i capelli tutti arruffati e un leggero cenno di barba, ci fosse stata una splendida donna, sarebbe stato molto più evidente, ma anche così Sonia percepì… 

Capì che il modo di fare di Massimo, tutto quel modo garbato, che sicuramente gli apparteneva,  nascondeva in realtà un cuore infranto, per un amore non corrisposto. L’aveva già percepito  altre volte, in situazioni ben diverse. Lei era sempre la ragazza presentata alla migliore amica che poi si scopriva essere cotta del suo ragazzo. Le era successo quando era più giovane, un paio di volte. Ora percepiva lo stesso brivido lungo la schiena.

Decise che avrebbe aiutato Massimo, chiese garbata a Simon di andare a prendere qualcosa da bere o da mangiare per l’amico, insomma qualunque cosa fosse entrato a prendere in quel bar poco prima di vederli. 

Quando questo si allontanò, si sporse verso il ragazzo e gli chiese a brucia pelo: «Dimmi la verità, sei innamorato di Simon?»

Massimo accusò il colpo con infinta eleganza. Chiuse un attimo gli occhi come a volersi calmare e poi riaprendoli gli chiese: « Da cosa lo hai capito? In cosa mi sono tradito? »

«Nulla.» Lo tranquillizzò lei posandogli una mano sul braccio. «Un’intuizione. Tu sei perfetto, ti stai comportando con estremo garbo. E che non mi sembri proprio un gay.» 

Lui fece un mezzo sorriso tirato: «Perché, come sono i gay?» Gli chiese sicuro di sé.

Lei si tirò indietro imbarazzata: «Scusa hai ragione, perdonami. Sto generalizzando e non sono io questa… » si indicò. «Ognuno è, come è, non ci sono stereotipi, sarebbe come dire che tutte le bionde sono oche e che tutte more bacchettone… » Sorrise imbarazzata come a volersi scusare di più e lui annuì paziente. Chissà quante volte aveva dovuto sentire sciocchezze simili. 

Poi, riacquistando la sua sicurezza, si avvicinò nuovamente spostando addirittura un pochino la sedia verso di lui e gli confidò: «Io non so bene come vanno queste cose, ma una cosa è certa: tu lo hai turbato!» Ovviamente si riferiva a Simon.

Massimo, che fino a quel momento era rimasto perfettamente composto, sembrò estremamente colpito da quelle parole, dette poi da quella che lui credeva essere la ragazza del suo amico… furono veramente una doccia fredda.

Lasciò incurvare le spalle e i suoi occhi si socchiusero, sembrava stesse per piangere, ma bastarono pochi attimi per ricomporsi. Gettò una fugace occhiata a Simon che era al bancone ad aspettare il suo turno e poi tornò a guardare lei. Questa volta anche lui si sporse in avanti e con una voce appena udibile le chiese: «Perché mi dici queste cose?»

«Voglio la felicità di Simon!» Lo sorprese e lui con un sorriso tirato gli disse un semplice: «Anch’io.»

Lei si sciolse, era proprio un uomo fantastico.

«Eccomi, » esordì Simon tornato con un sacchetto di carta da portar via che appoggiò sul tavolo davanti a Massimo, il quale lo ringraziò e poi si alzò per congedarsi.

«Vai già via?» Gli chiese l’amico. «Puoi rimanere se vuoi.» A Simon non era sfuggito il disagio dell’amico e sinceramente erano rare le volte che lo aveva visto così sulle spine.

«Sì, dai rimani.» Lo esortò Sonia tirandolo per un braccio per farlo risedere.

«Ma… » Massimo proprio non riusciva a capire in che strana situazione era finito. Lei avrebbe dovuto volere che lui se ne andasse e Simon, che secondo quella buffa ragazza, era rimasto turbato da qualcosa che lui aveva inconsapevolmente fatto o detto, anche lui avrebbe dovuto dimostrare disagio, invece si comportava come se nulla fosse.

Massimo si trovò a pensare che forse quella “strampalata” aveva visto cose che non c’erano, però aveva capito i suoi sentimenti e questo lo rendeva nervoso.

«Allora dimmi Massimo,» iniziò a parlare lei con disinvoltura. «Quando ti sei accorto che ti piacevano i ragazzi?»

Simon strabuzzarono gli occhi fissando la sua nuova e incredibile nuova amica, mentre lottava con un possibile strangolamento provocato forse dalla sua stessa saliva.

Massimo guardò un po’ perplesso la ragazza, ma poi con il suo solito modo controllato, accavallò la gamba in una posa rilassata e raccontò: «Credo di averlo sempre saputo. Non ho mai effettivamente guardato una ragazza in quel senso. Ho sempre avuto molte amiche e alcune avrebbero anche voluto essere qualcosa di più per me, ma… nulla. » Si sistemò meglio sulla sedia appoggiando i gomiti sui braccioli e congiungendo le mani, in quella posa che già aveva assunto, come se fosse a suo perfetto agio, mentre si intuiva tutt’altro.

Sonia non era stupida, sapeva di averlo messo in una situazione molto imbarazzante, ma voleva che Simon sapesse la verità e la sapesse come se fosse la cosa più naturale del mondo. Anche perché era convinta che, in fin dei conti, non ci fosse effettivamente nulla di male.

La ragazza attese che Massimo continuasse, ma lui si osservava le mani. Simon guardava altrove, rosso come un peperone e allora intervenne lei con una risatina allegra: «Certo, posso immaginarlo. Sei un ragazzo molto bello e sinceramente per quel poco che ho visto, hai un modo di fare davvero sensuale. »

Entrambi i visi dei ragazzi scattarono increduli a fissare Sonia. Non riuscivano proprio a capire dove volesse arrivare con i suoi strani discorsi.

Massimo sospirò e con un debole sorriso disse: «Beh, grazie. Non so se a tutti risulto così… ma lo prendo come un complimento.» Detto questo tornò a ispezionarsi le mani.

«Bello sei bello, non puoi negarlo,» intervenne Simon e poi aggiunse: «Chissà quante storie avrai già avuto.» 

Massimo si voltò a guardarlo negli occhi e con un tono estremamente serio gli disse: «Veramente ho avuto una sola storia che si potrebbe definire importante, ed è finita due anni fa!» Fece una pausa come a voler sottolineare l’importanza della sua dichiarazione e aggiunse: «Nessuna storiella tanto per fare… non è il mio genere!»

Così dicendo si alzò: «Ora scusatemi, ma devo proprio andare…» afferrò il pacchetto davanti a sé. «È stato un piacere conoscerti Sonia,» e stese la mano per stringere quella di lei. «Non so se ci rivedremo, comunque vi auguro una buona continuazione.» Sì voltò appena verso Simon e gli disse un debole «Ciao,» prima di uscire.

«Che uscita teatrale, devi averlo proprio offeso, ma non riesco a capire… Forse ha collegato qualche vostro discorso precedente?» Chiese esterrefatta la ragazza.

Simon era rimasto a bocca aperta e biascicò un debole: «Non so… Io non capisco…»

Poi fece un sospiro profondo: «Però, perché il pensiero di averlo offeso mi fa soffrire così tanto?» Gli occhi si velarono di lacrime e Sonia si alzò per andargli accanto e abbracciarlo.

Dopo averlo abbracciato gli diede un tenero bacio sulla guancia: «Forse è perché ti piace più di quello che ti permetti di ammettere.»

Simon alzò lo sguardo per guardare la sua nuova dolce amica, ma con la coda dell’occhio vide che fuori dal bar c’era ancora Massimo che li stava osservando. Lesse tanta tristezza in quello sguardo che gli fece male. D’istinto scattò in piedi, «Devo andare a chiedergli scusa: per averlo evitato, perché lo abbiamo messo in imbarazzo.» 

Sonia gli sorrise. «Chiedigli scusa anche da parte mia. Adesso vai, penso io qui, corri!»

Simon scappò fuori anche se Massimo si era già allontanato. Lo cercò e non tardò a raggiungerlo. Appena i loro sguardi si erano incrociati, Massimo si era voltato ed era andato via a passo lesto, ancor più imbarazzo, probabilmente perché era stato sorpreso a “spiarli”.

«Massimo aspetta.» Lo chiamò Simon.

«Scusa non avrei dovuto…»  cercò di giustificarsi l’altro senza fermarsi.

«No, non preoccuparti, aspetta che devo chiederti scusa.» Lo raggiunse e finalmente Massimo si voltò, aveva un’espressione sorpresa. «Scusa?» Domandò.

«Sì, per tutto questo,» e fece un semi cerchio con il braccio indicando indietro verso il bar, verso Sonia.

Sosteneva il suo sguardo con determinazione e riprese a parlare: «Scusa per averti evitato in questi ultimi giorni…»

Massimo alzò una mano, come per fermare le sue scuse: «No, scusa tu. Avrei dovuto dirti che sono omosessuale, ma so che tu sei etero e io volevo solo amicizia da te. Sinceramente!» Dichiarò convinto che il turbamento di cui aveva parlato Sonia, era per aver scoperto le sue tendenze.

Erano: occhi negli occhi, sincerità per sincerità.

«No, non preoccuparti, ho capito! Cioè fino a poco fa avevo solo un sospetto, ma… Comunque volevo chiederti scusa anche per il comportamento di Sonia. Sai non è una cattiva ragazza…» fece una piccola pausa guardando dietro di sé, solo per un attimo, prima di riappoggiare di nuovo i suoi occhi in quelli di Massimo e proseguire: «Forse è stata un po’ troppo diretta e mi scuso, ma sta attraversando un periodo molto delicata: innamorata, suo malgrado, di due uomini e indecisa su cosa fare… » abbassò lo sguardo e si grattò la fronte, come faceva spesso quando era imbarazzato.

Massimo gli posò una mano sulla spalla e con voce gentile gli disse: «Non sapevo stessi vivendo un simile momento. Immagino che non deve essere facile.»

Simon alzò il viso, Massimo era vicinissimo e lo guardava così teneramente, che si sentì scuotere qualcosa dentro. Non era possibile: desiderava baciarlo? Non poteva essere!

Scrollò le spalle, liberandosi da quel contatto che lo turbava più del lecito e intuendo il malinteso si apprestò a chiarire: «No, no, non sono io uno dei due. Lei è molto più grande di noi. Anche se non si direbbe, ma ha già più di trent’anni. » 

Massimo sgranò gli occhi. «Quindi tu sei innamorato di una donna che ama altri due uomini?»

Simon non riusciva proprio a capire come l’amico potesse fraintendere fin a quel punto e disse esasperato: «Io non sono innamorato di Sonia, l’ho appena conosciuta!»

«Ma…» a questo punto Massimo sembrava veramente confuso.

«Scusa Simon, ma hai lasciato il berretto e l’iPod al bar.» Una voce gentile si intromise tra loro ed entrambi si girarono a guardare Sonia, che aveva in mano gli oggetti dell’amico. Aveva assistito a tutta la scena qualche passo più indietro, e decise di intervenire perché quei due, da soli, erano un totale disastro. Sembravano due ragazzini di quindici anni alle prese con la prima cotta. Forse quest’idea non era poi così lontana dalla verità: Simon stava scoprendo qualcosa di nuovo e forse anche per Massimo era tutto… diverso!

Si fece avanti e consegnò gli oggetti al legittimo proprietario, poi voltandosi verso Massimo disse: «Volevo chiederti scusa se con le mie domande ti ho messo in imbarazzo. Volevo solo che ti svelassi un po’ di più con Simon. Che fossi più te stesso.» Poi voltandosi verso Simon gli disse: «Chiedo scusa anche a te se ti ho spinto ad affrontare una cosa che ti fa paura. Ma sappi che ci si innamora dell’Anima di un’altra persona, in qualunque corpo alberghi. Ecco perché io sono tormentata dalla mia situazione. Non riesco a capire, forse la mia anima gemella si è divisa in due corpi? Oppure quelle persone non sono la mia anima gemella… Comunque, questo è un mio problema e troverò la soluzione. » Si avvicinò e diede un tenero bacio sulla guancia di Simon, poi gli porse un tavogliolino del bar con su scritto qualcosa. «Questo è il mio numero, mi farebbe piacere se ci rivedessimo, magari…» guardò in direzione di Massimo con la coda dell’occhio e proseguì: «… tutti e tre.» Sorrise e salutò entrambi prima di allontanarsi.

Facendo qualche passo, sentì Massimo chiedere con una voce debole e insicura: «Ma allora, il tuo turbamento, quello di cui mi ha parlato Sonia, non è perché avevi scoperto che mi sono innamorato di te, ma è perché anche tu provi qualcosa per me?»

Continuando a camminare Sonia voltò appena indietro la sguardo, tanto per vedere Simon annuire con il capo chino e lo sguardo fisso sulle sue scarpe: «Ma non so come si fa ad amare un uomo. » Mentre Massimo gli appoggiava una mano sulla sua per creare un contatto, delicato e non invadente, gli sussurrava: «Tranquillo, non ho fretta, faremo un piccolo passo alla volta e vedremo come va…»

Sonia tornò a guardare davanti a sé, sorrideva e piangeva per la tanta commozione e felicità. Simon aveva trovato una persona veramente speciale, sarebbero stati bene.

Ora toccava a lei capire…

***.  ***.  ***.

Continua…

6 pensieri su “Racconto: “L’amore non esiste…” di Sara Tricoli – Parte seconda

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